Home Primo piano Non tutti i figli diventano boss. La storia in discontinuità di Luigi Di Cicco che disse ‘no’ alla sua famiglia-clan

Non tutti i figli diventano boss. La storia in discontinuità di Luigi Di Cicco che disse ‘no’ alla sua famiglia-clan

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Di Arnaldo Capezzuto

 

Luigi Di Cicco è un ragazzo che oggi ha una quarantina d’anni, figlio di un boss della camorra di Lusciano, piccolo comune della provincia di Caserta. Poteva scegliere di seguire le orme del padre e dei suoi zii detenuti con addosso anni e anni di carcere da scontare. Bastava varcare quella soglia invisibile ed essere parte del sistema, continuare la guerra al mondo legale e vivere di camorra nella logica del potere dei clan.

Invece, Luigi non ha scelto, quello che sembrava un destino segnato o meglio la strada tracciata dalla sua famiglia di camorristi. Luigi ha costruito una storia in discontinuità, nella legalità e proprio con l’aiuto fondamentale della sua famiglia in particolare di suo padre. Si, il boss che vive ormai da trent’anni dietro le sbarre ha compreso alla fine che quella vita non è vita.

Non è stata una strada in discesa quella del giovane Luigi, che sin da bambino è costretto a vedere gran parte dei suoi parenti scoperti dai carabinieri nei bunker ricavati negli armadi e persino a vederne qualcuno cadere sotto i colpi dei clan avversari.

Un ragazzo che è figlio di un ergastolano, che impara la geografia, andando a visitare il padre rinchiuso nei carceri di massima sicurezza di tutta Italia, tanto che per lui le principali città d’Italia si identificavano con i nomi dei penitenziari dove il padre era rinchiuso.

Luigi – che avrebbe desiderato per suo padre e per i suoi parenti un lavoro comune come il muratore o l’idraulico pur di non vederli nella situazione di essere portati via da casa con le manette ai polsi ed in mezzo ad un cordone di carabinieri armati – nel suo percorso incontra tanti buoni maestri, come uno dei suoi professori di educazione fisica, che non lo esclude e gli dà i consigli giusti.

E poi una vita di sensi di colpa che non sono i suoi, ma di cui ne porta il peso. Ha rifiutato la logica del “rispetto” ed i privilegi che gli derivavano dall’essere figlio di un importate e temuto boss. A volte o quasi sempre gli incontri ti cambiano la vita.

Si, perchè Luigi questa sua storia personale la custodiva nel silenzio, non aveva mai raccontato a nessuno il suo passato. Poi nel corso di una vacanza, casualmente incontra il giornalista Michele Cucuzza e comincia tra loro una forte amicizia e un dialogo serrato.

Ecco l’idea quasi la conclusione di un percorso naturale: scrivere un libro a quattro mani e rendere pubblica questa storia in discontinuità.

Nasce prima “Gramigna” e poi l’omonimo film che a partire dal 23 novembre farà il debutto nelle sale cinematografiche d’Italia.

Luigi Di Cicco è uno straordinario testimone che parla di legalità a modo suo. Stabilisce una grande empatia e riesce a parlare la lingua di ‘mezzo alla strada’.

Se in un carcere c’è il bulletto, il mezzo delinquente, l’aspirante camorrista Luigi gli punta gli occhi addosso senza filtri e senza difese e assesta quelle due, tre parole ed ecco che si apre un mondo segreto.

Il lavoro silenzioso di Luigi Di Cicco è un seme vero, piantato nel deserto della non speranza che prima o poi germoglierà.

 

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